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Ti fidi davvero degli altri o stai vedendo solo ciò che vuoi vedere?

Quando la fiducia anticipa la conoscenza

A volte incontriamo una persona e sentiamo immediatamente di poterci fidare.

Ci appare sensibile, disponibile, simile a noi. Interpretiamo alcuni gesti come segnali di profondità e iniziamo rapidamente a immaginare ciò che potrebbe nascere da quell’incontro.

L’altro, nel frattempo, sta ancora mostrando soltanto una parte di sé.

La fiducia può precedere la conoscenza perché non nasce esclusivamente da ciò che abbiamo davanti. Partecipano anche ciò che desideriamo trovare, ciò che ci è mancato e la speranza che questa volta la relazione possa assumere una forma diversa.

In quel momento rischiamo di osservare la persona attraverso l’immagine che abbiamo già cominciato a costruire.

Alcune delusioni derivano certamente da comportamenti scorretti o incoerenti. Altre nascono dalla distanza tra chi l’altro era realmente e chi avevamo già deciso che fosse.

La fiducia ha bisogno della realtà

Fidarsi significa accettare una quota inevitabile di incertezza.

Non possiamo conoscere completamente le intenzioni di un’altra persona, né prevedere ogni suo comportamento. Ogni relazione richiede quindi un’apertura verso qualcosa che non possiamo controllare.

Questa apertura, però, ha bisogno di incontrare progressivamente la realtà.

La fiducia matura attraverso il tempo, la continuità e la possibilità di confrontare le parole con i comportamenti. Osserviamo come la persona risponde ai limiti, affronta una divergenza e si comporta quando non ottiene ciò che desidera.

Quando anticipiamo questo processo, concediamo all’altro una posizione che non ha ancora avuto il tempo di costruire.

L’apertura diventa più veloce della conoscenza.

Possiamo raccontare immediatamente parti molto intime, renderci completamente disponibili e interpretare la vicinanza iniziale come prova di affidabilità. L’altro entra così in uno spazio importante della nostra vita mentre stiamo ancora raccogliendo gli elementi necessari per comprenderlo.

Quando negli altri vediamo soltanto il meglio

Vedere il meglio nelle persone può rappresentare una qualità relazionale.

Permette di non ridurre l’altro ai suoi errori e di riconoscere possibilità che lui stesso, in alcuni momenti, fatica a vedere. Una moderata idealizzazione può persino sostenere la soddisfazione e la continuità delle relazioni.

Il problema emerge quando il meglio diventa l’unica parte che siamo disposti a considerare.

Un comportamento incoerente viene spiegato. Una mancanza di rispetto viene attribuita alla stanchezza. Una distanza ripetuta diventa paura di amare. Ogni elemento contrario all’immagine positiva riceve una giustificazione capace di conservarla.

Non stiamo più osservando una persona nella sua complessità. Stiamo proteggendo una rappresentazione.

La fiducia diventa escludente perché ammette soltanto le informazioni compatibili con ciò che desideriamo credere.

Il rischio non consiste nell’aver riconosciuto qualità reali. Nasce dall’aver utilizzato quelle qualità per rendere invisibile tutto il resto.

La mente seleziona i segnali

La percezione umana non registra la realtà come una videocamera.

Seleziona, interpreta e organizza le informazioni sulla base delle aspettative già presenti. Quando crediamo che una persona sia affidabile, notiamo più facilmente i comportamenti che confermano questa idea e possiamo attribuire meno importanza ai segnali contrari.

Questo processo è vicino a ciò che la psicologia definisce bias di conferma.

Non falsifichiamo necessariamente la realtà in modo intenzionale. Il nostro sguardo viene orientato dalla conclusione che speriamo di mantenere.

Anche il ragionamento può essere influenzato dai desideri. Se teniamo molto a una relazione, diventiamo particolarmente abili nel costruire spiegazioni che ci permettano di non metterla in discussione.

L’intelligenza, in questi casi, non ci rende automaticamente più obiettivi. Può offrirci argomentazioni più sofisticate per continuare a credere ciò che desideriamo.

Per questo la domanda utile non riguarda soltanto ciò che vediamo. Riguarda anche ciò che siamo motivati a non vedere.

Il corpo protegge la connessione

Il bisogno di mantenere un legame può influenzare profondamente il modo in cui interpretiamo i segnali.

Quando una relazione ha assunto un valore importante, riconoscere un’incoerenza non significa soltanto modificare un’opinione sull’altro. Può mettere in discussione la sicurezza emotiva, le aspettative e il futuro che avevamo già immaginato.

Il corpo può reagire a questa possibilità come a una minaccia.

Compaiono agitazione, tensione e un bisogno urgente di recuperare la continuità. La mente interviene cercando una spiegazione capace di ridurre il conflitto tra ciò che stiamo osservando e ciò che vorremmo continuare a credere.

In questo senso, il corpo può proteggere la connessione prima della verità.

Non perché la verità non abbia valore, ma perché perdere il legame viene percepito come più pericoloso del costo necessario per mantenerlo.

Una parte di noi nota l’incoerenza. Un’altra prova immediatamente a renderla compatibile con l’immagine precedente.

Idealizzazione e proiezione

Idealizzare significa attribuire all’altro qualità, intenzioni o possibilità che non sono ancora sufficientemente sostenute dalla realtà.

La proiezione aggiunge un ulteriore livello: possiamo leggere nella persona parti che appartengono soprattutto a noi.

Vediamo sensibilità perché siamo sensibili. Presumiamo lealtà perché per noi la lealtà è un valore fondamentale. Immaginiamo che un gesto possieda il significato che avrebbe se fossimo stati noi a compierlo.

L’altro viene interpretato attraverso il nostro mondo interiore.

Questo passaggio è umano e inevitabile. Ogni relazione contiene una quota di immaginazione, perché non possiamo accedere direttamente all’esperienza interna di un’altra persona.

La difficoltà compare quando confondiamo stabilmente ciò che abbiamo attribuito con ciò che l’altro ha realmente mostrato.

Possiamo innamorarci della sua possibilità, fidarci della sua intenzione presunta e rimanere legati a ciò che immaginiamo potrebbe diventare.

Nel frattempo, la persona concreta continua a manifestarsi attraverso comportamenti che non sempre corrispondono alla nostra costruzione.

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Caravaggio, I bari, ca. 1595, olio su tela, Kimbell Art Museum, Fort Worth.

L’asimmetria tra immagine e realtà

Vedere soltanto il meglio crea un’asimmetria.

Noi ci relazioniamo con l’immagine completa che abbiamo costruito, mentre l’altro può stare partecipando alla relazione in modo molto più limitato.

Attribuiamo profondità a una disponibilità occasionale, continuità a pochi momenti intensi e intenzionalità a gesti che potrebbero avere un significato diverso.

La nostra partecipazione emotiva cresce più rapidamente delle informazioni reali.

Questa asimmetria diventa visibile quando chiediamo alla relazione qualcosa che, nella nostra esperienza, sembrava già implicito. L’altro può sentirsi sorpreso perché non aveva attribuito allo scambio lo stesso valore o la stessa direzione.

Ci sentiamo ingannati, mentre qualche volta abbiamo costruito aspettative su elementi ancora ambigui.

Questo non assolve chi abbia alimentato intenzionalmente l’equivoco. Permette però di riconoscere la parte del processo che riguarda il nostro modo di attribuire significato.

La disponibilità troppo presto

Essere disponibili è una qualità, ma il tempo in cui offriamo la nostra disponibilità ne modifica il significato.

Se concediamo immediatamente accesso completo al nostro tempo, alla nostra intimità e alle nostre risorse emotive, l’altra persona non deve ancora mostrare come sa stare dentro quello spazio.

La fiducia viene anticipata invece di essere costruita.

La disponibilità troppo precoce può nascere dal desiderio di creare subito una connessione o dalla paura che, mantenendo dei confini, l’altro possa perdere interesse.

In questo modo, però, rendiamo più difficile l’osservazione.

Siamo già profondamente coinvolti quando emergono i primi elementi di incoerenza. Valutarli con lucidità diventa più complesso, perché riconoscerli potrebbe richiederci di ridimensionare ciò che abbiamo già investito.

Procedere gradualmente non significa diventare freddi o sospettosi. Permette alla conoscenza di accompagnare l’apertura.

Il tempo mostra ciò che l’intensità nasconde

Le fasi iniziali di una relazione possono essere molto intense.

Le persone si mostrano nella loro parte più disponibile e attenta. La novità aumenta l’interesse e molte differenze non hanno ancora incontrato situazioni capaci di renderle evidenti.

Il tempo introduce contesti diversi.

Mostra come l’altro reagisce alla frustrazione, mantiene una promessa o attraversa un conflitto. Permette di osservare se la disponibilità iniziale possiede continuità oppure dipende soltanto dall’entusiasmo del momento.

La conoscenza richiede situazioni che l’intensità iniziale non può sostituire.

Possiamo sentirci profondamente compresi dopo poche conversazioni. Rimane da vedere se quella comprensione saprà restare presente quando emergeranno bisogni divergenti, limiti o responsabilità.

La fiducia si consolida quando la persona continua a essere riconoscibile anche fuori dai momenti favorevoli.

Fidarsi non significa eliminare il dubbio

A volte pensiamo che la fiducia richieda di smettere di fare domande.

Ogni dubbio viene interpretato come una ferita del passato o come incapacità di lasciarsi andare. Cerchiamo allora di correggere la nostra percezione anche quando qualcosa continua a produrre disagio.

La fiducia adulta può contenere il dubbio.

Possiamo aprirci e, contemporaneamente, osservare. Possiamo riconoscere il valore di una persona senza trasformarla immediatamente nella risposta a tutto ciò che stavamo cercando.

Integrare i segnali contrari non distrugge necessariamente la relazione. La rende meno dipendente dall’idealizzazione.

La fiducia diventa più solida quando può sostenere la complessità dell’altro, comprese le parti che non coincidono con le nostre aspettative.

Il ruolo della storia personale

Il modo in cui ci fidiamo è influenzato dalle relazioni precedenti.

Chi ha sperimentato una presenza instabile può accelerare l’apertura per assicurarsi rapidamente il legame, oppure rimanere in uno stato di controllo continuo. Chi si è sentito poco riconosciuto può attribuire un significato particolarmente intenso alla prima persona che sembra comprenderlo.

L’esperienza presente incontra così bisogni e memorie precedenti.

Una connessione rapida può sembrare la fine di una lunga attesa. La persona non rappresenta soltanto sé stessa, ma anche la possibilità di ricevere finalmente ciò che è mancato.

Questo carico rende più difficile osservarla nella sua individualità.

Nel Metodo Cognitivo-Esistenziale Integrato, fiducia e proiezione vengono considerate attraverso l’interazione tra pensiero, emozione, corpo, memoria e significato.

La mente interpreta i segnali, l’emozione esprime ciò che è in gioco e il corpo protegge il legame percepito come necessario. La memoria suggerisce ciò che potrebbe accadere, mentre il significato collega la relazione alla nostra identità.

Comprendere questa interazione permette di recuperare uno spazio di osservazione senza colpevolizzare il bisogno di fidarsi.

Fiducia e ingenuità

Essere stati delusi non significa necessariamente essere ingenui.

La fiducia implica sempre un rischio e nessuna osservazione può garantire completamente il comportamento futuro di un’altra persona.

Possiamo aver valutato con attenzione e incontrare comunque qualcuno che cambia, nasconde aspetti importanti o non mantiene ciò che aveva mostrato.

La responsabilità di un inganno rimane di chi lo compie.

Allo stesso tempo, possiamo utilizzare l’esperienza per comprendere se alcuni segnali siano stati minimizzati e se la nostra disponibilità abbia anticipato troppo la conoscenza.

Questa riflessione dovrebbe restituire capacità di scelta, senza trasformarsi in un’accusa retroattiva.

La domanda non è: «Come ho potuto non capirlo?».

Può diventare: «Che cosa mi ha reso così importante continuare a vedere questa persona in quel modo?».

Guardare l’altro senza smettere di sperare

Realismo e speranza possono convivere.

Possiamo riconoscere le possibilità di una persona senza considerarle già realizzate. Possiamo apprezzare il suo lato migliore e osservare, nello stesso tempo, come tratta gli altri, risponde ai limiti e attraversa le responsabilità.

Guardare davvero qualcuno significa lasciare che sia anche diverso dall’immagine che avevamo costruito.

A volte questa differenza arricchisce la relazione. Altre volte ci costringe a riconoscere che ciò che speravamo non trova sufficiente corrispondenza nella realtà.

La fiducia non ha bisogno di cecità per essere profonda.

Ha bisogno di tempo, coerenza e della libertà di modificare la nostra valutazione quando emergono informazioni nuove.

Forse la domanda non riguarda soltanto di chi possiamo fidarci.

Potremmo chiederci quanto tempo concediamo alla realtà prima di trasformarla in aspettativa e quanto spazio lasciamo all’altro per mostrarci chi è, prima di decidere chi vorremmo che fosse.

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Perché ti innamori sempre dello stesso tipo di persona?

Non scegli sempre ciò che ti fa bene. A volte scegli ciò che ti è familiare

Ti capita di chiederti perché, nonostante le esperienze passate, finisci per sentirti attratto proprio da quel tipo di persona?

Cambia il nome. Cambia il volto. Cambia la storia.

Ma, a un certo punto, riconosci la stessa dinamica: la stessa distanza, la stessa indisponibilità, lo stesso bisogno di essere scelto, la stessa sensazione di dover dimostrare qualcosa.

E allora ti chiedi: perché mi succede ancora?

Forse non stai scegliendo soltanto una persona.

Forse stai riconoscendo qualcosa.

Non sempre ci innamoriamo di ciò che ci fa stare bene. A volte ci innamoriamo di ciò che il nostro sistema emotivo sa già leggere.

Di ciò che, in qualche modo, gli sembra familiare.

E ciò che è familiare, anche quando fa soffrire, può trasmettere una strana sensazione di appartenenza.

Familiarità non significa compatibilità

Quando incontriamo una persona, non osserviamo soltanto le sue caratteristiche presenti.

Il nostro sistema emotivo confronta ciò che sta accadendo con ciò che abbiamo già vissuto. Il tono della voce, la disponibilità, la distanza e il modo in cui l’altro risponde ai nostri tentativi di vicinanza possono riattivare esperienze relazionali precedenti.

Non lo facciamo sempre consapevolmente.

Sentiamo attrazione, curiosità o un’immediata intensità e costruiamo intorno a quelle sensazioni una spiegazione: «C’è qualcosa di speciale», «non mi era mai successo», «sembra che ci conosciamo da sempre».

Qualche volta questa percezione accompagna un incontro autentico. Altre volte segnala che quella dinamica è già conosciuta dal nostro sistema emotivo.

Se abbiamo imparato che l’amore deve essere conquistato, potremmo sentirci particolarmente coinvolti da una persona poco disponibile.

Se l’attenzione ricevuta durante la nostra storia è stata intermittente, l’alternanza tra vicinanza e distanza può sembrarci più familiare della continuità.

Non perché desideriamo soffrire, ma perché sappiamo già come muoverci dentro quella configurazione.

La familiarità facilita il riconoscimento. Non garantisce la compatibilità.

La memoria emotiva nelle relazioni

La memoria non conserva soltanto fatti che possiamo raccontare.

Conserva anche aspettative, sensazioni corporee e modi di prepararci alla presenza dell’altro. Impariamo progressivamente che cosa possiamo aspettarci dalle relazioni e quale posizione dobbiamo assumere per mantenere il legame.

Possiamo imparare a essere accomodanti, a non chiedere troppo o a controllare continuamente l’umore dell’altra persona. Possiamo diventare molto capaci di riconoscere i segnali di distanza perché, in passato, individuarli rapidamente ci permetteva di proteggerci.

Queste strategie non sono necessariamente difetti.

Spesso sono risposte intelligenti costruite in contesti nei quali avevano una funzione. Il problema emerge quando vengono applicate automaticamente a ogni nuova relazione.

La persona cambia, ma il sistema di attese rimane simile.

Così possiamo interpretare un ritardo come disinteresse, un bisogno di spazio come abbandono o una divergenza come segnale che la relazione stia per finire.

La reazione presente contiene qualcosa della situazione attuale e qualcosa di ciò che quella situazione riesce a risvegliare.

Quella che chiami chimica è sempre attrazione?

La chimica viene spesso descritta come una prova immediata della compatibilità.

Sentiamo tensione, desiderio e urgenza. Pensiamo continuamente all’altra persona e sperimentiamo un’alternanza tra entusiasmo e paura.

Queste sensazioni possono accompagnare l’innamoramento. Non dimostrano, da sole, che la relazione sia adatta a noi.

A volte chiamiamo chimica una forte attivazione emotiva.

L’incertezza, la distanza o la difficoltà di capire che cosa provi l’altro possono aumentare il coinvolgimento. La mente cerca continuamente segnali, interpreta i messaggi e prova ad anticipare il prossimo movimento.

Questa intensità può essere scambiata per profondità.

Quando l’altra persona finalmente si avvicina, proviamo sollievo. Quel sollievo viene associato alla sua presenza e può rafforzare ulteriormente il legame.

Non stiamo vivendo soltanto il piacere dell’incontro. Stiamo anche sperimentando la temporanea cessazione dell’allarme prodotto dalla distanza.

Per questo un rapporto instabile può sembrare emotivamente più intenso di una relazione continua.

L’intensità, però, non coincide necessariamente con la connessione.

Quando la tranquillità sembra noia

Se siamo abituati a relazioni imprevedibili, una persona disponibile può sembrarci poco coinvolgente.

Non dobbiamo inseguirla, interpretarla o convincerla a restare. La sua presenza non produce la stessa alternanza tra attesa, ansia e sollievo.

Possiamo concludere che manca la chimica.

In realtà, potrebbe mancare l’attivazione alla quale siamo abituati.

Questo non significa che ogni relazione tranquilla sia automaticamente sana o che dovremmo scegliere qualcuno verso cui non proviamo alcuna attrazione. Significa che vale la pena domandarsi quali sensazioni abbiamo imparato ad associare all’amore.

La stabilità può inizialmente sembrarci estranea proprio perché non richiede le strategie che conosciamo meglio.

Non dobbiamo dimostrare di meritare attenzione. Non dobbiamo conquistare continuamente la presenza dell’altro. Possiamo restare e osservare che cosa accade quando non siamo occupati a proteggerci dalla perdita.

Questa esperienza può essere rassicurante, ma anche profondamente disorientante.

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Edward Burne-Jones, L’incantamento di Merlino, 1873–1877, olio su tela, Lady Lever Art Gallery, Port Sunlight.

L’attaccamento e i modelli relazionali

La teoria dell’attaccamento descrive il modo in cui le prime esperienze significative contribuiscono alla formazione di aspettative su noi stessi e sugli altri.

Nel tempo sviluppiamo rappresentazioni interne che ci aiutano a prevedere se le persone saranno disponibili, se i nostri bisogni verranno accolti e se siamo degni di ricevere cura.

Questi modelli non costituiscono un destino.

Continuano però a influenzare il modo in cui interpretiamo la vicinanza, la distanza e il conflitto. Possono orientarci verso persone e situazioni che confermano ciò che già crediamo sulle relazioni.

Se abbiamo interiorizzato l’idea che l’amore sia incerto, una persona poco disponibile può apparire coerente con il nostro mondo emotivo. Se pensiamo che per essere scelti dobbiamo renderci indispensabili, potremmo sentirci attratti da chi ha continuamente bisogno di essere salvato.

La relazione sembra nuova, ma la posizione che assumiamo al suo interno è sorprendentemente conosciuta.

Il bisogno di completare una storia

A volte ripetiamo una dinamica perché, inconsapevolmente, cerchiamo un esito diverso.

Scegliamo una persona distante e speriamo che, questa volta, resti. Cerchiamo l’approvazione di qualcuno difficile da raggiungere e immaginiamo che essere finalmente scelti possa riparare tutte le volte in cui non ci siamo sentiti abbastanza importanti.

Non stiamo soltanto costruendo una relazione presente.

Stiamo tentando di completare una storia precedente.

La nuova persona assume così un compito che non conosce: dimostrare che possiamo essere amati, che non verremo abbandonati o che siamo finalmente sufficienti.

Questo carico può diventare molto pesante per entrambi.

Noi dipendiamo sempre di più dalla risposta dell’altro. L’altro viene osservato attraverso una domanda che appartiene anche al nostro passato.

Quando la risposta non arriva, la sofferenza può assumere un’intensità sproporzionata rispetto all’episodio presente.

Perché reagiamo così intensamente

In una relazione può bastare un messaggio senza risposta per farci sentire improvvisamente esclusi.

Una frase ambigua può provocare rabbia, paura o un bisogno urgente di chiarimento. La persona che abbiamo davanti vede una reazione intensa e fatica a comprenderne la causa.

Quella reazione non riguarda necessariamente soltanto ciò che è appena accaduto.

L’episodio può avere incontrato una memoria emotiva più antica.

Il corpo riconosce una configurazione già vissuta e si prepara a proteggerci. Aumenta l’attenzione, cambia il respiro e compare il bisogno di agire subito: cercare rassicurazione, allontanarsi, attaccare o chiudersi.

Questo non significa che ogni reazione sia irrazionale. L’altro potrebbe essere realmente distante o incoerente.

Comprendere la memoria emotiva serve a distinguere i due livelli: che cosa sta facendo concretamente questa persona e che cosa la sua azione sta riattivando dentro di me?

La distinzione permette di rispondere al presente senza essere guidati completamente dal passato.

Il corpo riconosce prima della mente

Le relazioni vengono vissute anche attraverso il corpo.

Possiamo sentirci immediatamente attratti, in allerta o in difficoltà senza riuscire a spiegare il motivo. Il sistema corporeo raccoglie segnali e li confronta con esperienze già registrate.

Una relazione sicura può contribuire alla regolazione dello stato emotivo. La presenza di una persona affidabile può ridurre la percezione della minaccia e permetterci di affrontare l’incertezza con maggiore stabilità.

Una relazione imprevedibile può produrre l’effetto opposto. La persona rimane costantemente in attesa di capire se il legame sia disponibile oppure no.

In questo stato, il coinvolgimento può diventare sempre più intenso proprio perché il sistema non riesce a trovare una condizione sufficientemente stabile.

Ciò che proviamo è reale.

Rimane da comprendere che cosa ci stia comunicando: connessione, desiderio, paura, memoria o il bisogno di essere rassicurati.

Interrompere la ripetizione

Riconoscere uno schema non significa riuscire immediatamente a modificarlo.

Possiamo comprendere perfettamente perché una persona ci attrae e continuare a desiderarla. Il corpo e la memoria emotiva non cambiano soltanto perché abbiamo formulato una spiegazione corretta.

Il cambiamento richiede nuove esperienze.

Richiede la possibilità di restare abbastanza a lungo dentro relazioni nelle quali la presenza non debba essere conquistata. Richiede di tollerare la tranquillità senza interpretarla immediatamente come mancanza di passione.

Occorre anche imparare a osservare i comportamenti, oltre alle sensazioni.

La persona è disponibile? Riesce a sostenere un confronto? Le sue parole trovano continuità nelle azioni? Possiamo esprimere un bisogno senza temere che la relazione scompaia?

Queste domande non eliminano il desiderio. Aiutano a capire se il desiderio può abitare una relazione che abbia spazio anche per noi.

Scegliere qualcosa che ancora non conosciamo

Forse non scegliamo sempre la persona sbagliata.

A volte scegliamo la dinamica che sappiamo riconoscere più rapidamente.

Il problema è che ciò che conosciamo meglio non corrisponde necessariamente a ciò che può farci bene.

Cambiare non significa cercare il contrario di ogni persona incontrata in passato. Significa diventare capaci di distinguere l’intensità dalla presenza, l’incertezza dal desiderio e la familiarità dalla compatibilità.

Una relazione nuova può richiederci di imparare sensazioni nuove.

Potremmo non sentire subito l’urgenza che avevamo scambiato per amore. Potremmo scoprire che la vicinanza non deve essere continuamente meritata e che qualcuno può restare senza essere inseguito.

Forse la domanda non è soltanto: «Perché mi innamoro sempre dello stesso tipo di persona?».

Potrebbe diventare: «Che cosa riconosco come amore, e da dove ho imparato a riconoscerlo così?».

È da quella domanda che può iniziare una scelta meno automatica e più vicina alla persona che siamo diventati.

Bibliografia essenziale

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