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Perché ti innamori sempre dello stesso tipo di persona?

Non scegli sempre ciò che ti fa bene. A volte scegli ciò che ti è familiare

Ti capita di chiederti perché, nonostante le esperienze passate, finisci per sentirti attratto proprio da quel tipo di persona?

Cambia il nome. Cambia il volto. Cambia la storia.

Ma, a un certo punto, riconosci la stessa dinamica: la stessa distanza, la stessa indisponibilità, lo stesso bisogno di essere scelto, la stessa sensazione di dover dimostrare qualcosa.

E allora ti chiedi: perché mi succede ancora?

Forse non stai scegliendo soltanto una persona.

Forse stai riconoscendo qualcosa.

Non sempre ci innamoriamo di ciò che ci fa stare bene. A volte ci innamoriamo di ciò che il nostro sistema emotivo sa già leggere.

Di ciò che, in qualche modo, gli sembra familiare.

E ciò che è familiare, anche quando fa soffrire, può trasmettere una strana sensazione di appartenenza.

Familiarità non significa compatibilità

Quando incontriamo una persona, non osserviamo soltanto le sue caratteristiche presenti.

Il nostro sistema emotivo confronta ciò che sta accadendo con ciò che abbiamo già vissuto. Il tono della voce, la disponibilità, la distanza e il modo in cui l’altro risponde ai nostri tentativi di vicinanza possono riattivare esperienze relazionali precedenti.

Non lo facciamo sempre consapevolmente.

Sentiamo attrazione, curiosità o un’immediata intensità e costruiamo intorno a quelle sensazioni una spiegazione: «C’è qualcosa di speciale», «non mi era mai successo», «sembra che ci conosciamo da sempre».

Qualche volta questa percezione accompagna un incontro autentico. Altre volte segnala che quella dinamica è già conosciuta dal nostro sistema emotivo.

Se abbiamo imparato che l’amore deve essere conquistato, potremmo sentirci particolarmente coinvolti da una persona poco disponibile.

Se l’attenzione ricevuta durante la nostra storia è stata intermittente, l’alternanza tra vicinanza e distanza può sembrarci più familiare della continuità.

Non perché desideriamo soffrire, ma perché sappiamo già come muoverci dentro quella configurazione.

La familiarità facilita il riconoscimento. Non garantisce la compatibilità.

La memoria emotiva nelle relazioni

La memoria non conserva soltanto fatti che possiamo raccontare.

Conserva anche aspettative, sensazioni corporee e modi di prepararci alla presenza dell’altro. Impariamo progressivamente che cosa possiamo aspettarci dalle relazioni e quale posizione dobbiamo assumere per mantenere il legame.

Possiamo imparare a essere accomodanti, a non chiedere troppo o a controllare continuamente l’umore dell’altra persona. Possiamo diventare molto capaci di riconoscere i segnali di distanza perché, in passato, individuarli rapidamente ci permetteva di proteggerci.

Queste strategie non sono necessariamente difetti.

Spesso sono risposte intelligenti costruite in contesti nei quali avevano una funzione. Il problema emerge quando vengono applicate automaticamente a ogni nuova relazione.

La persona cambia, ma il sistema di attese rimane simile.

Così possiamo interpretare un ritardo come disinteresse, un bisogno di spazio come abbandono o una divergenza come segnale che la relazione stia per finire.

La reazione presente contiene qualcosa della situazione attuale e qualcosa di ciò che quella situazione riesce a risvegliare.

Quella che chiami chimica è sempre attrazione?

La chimica viene spesso descritta come una prova immediata della compatibilità.

Sentiamo tensione, desiderio e urgenza. Pensiamo continuamente all’altra persona e sperimentiamo un’alternanza tra entusiasmo e paura.

Queste sensazioni possono accompagnare l’innamoramento. Non dimostrano, da sole, che la relazione sia adatta a noi.

A volte chiamiamo chimica una forte attivazione emotiva.

L’incertezza, la distanza o la difficoltà di capire che cosa provi l’altro possono aumentare il coinvolgimento. La mente cerca continuamente segnali, interpreta i messaggi e prova ad anticipare il prossimo movimento.

Questa intensità può essere scambiata per profondità.

Quando l’altra persona finalmente si avvicina, proviamo sollievo. Quel sollievo viene associato alla sua presenza e può rafforzare ulteriormente il legame.

Non stiamo vivendo soltanto il piacere dell’incontro. Stiamo anche sperimentando la temporanea cessazione dell’allarme prodotto dalla distanza.

Per questo un rapporto instabile può sembrare emotivamente più intenso di una relazione continua.

L’intensità, però, non coincide necessariamente con la connessione.

Quando la tranquillità sembra noia

Se siamo abituati a relazioni imprevedibili, una persona disponibile può sembrarci poco coinvolgente.

Non dobbiamo inseguirla, interpretarla o convincerla a restare. La sua presenza non produce la stessa alternanza tra attesa, ansia e sollievo.

Possiamo concludere che manca la chimica.

In realtà, potrebbe mancare l’attivazione alla quale siamo abituati.

Questo non significa che ogni relazione tranquilla sia automaticamente sana o che dovremmo scegliere qualcuno verso cui non proviamo alcuna attrazione. Significa che vale la pena domandarsi quali sensazioni abbiamo imparato ad associare all’amore.

La stabilità può inizialmente sembrarci estranea proprio perché non richiede le strategie che conosciamo meglio.

Non dobbiamo dimostrare di meritare attenzione. Non dobbiamo conquistare continuamente la presenza dell’altro. Possiamo restare e osservare che cosa accade quando non siamo occupati a proteggerci dalla perdita.

Questa esperienza può essere rassicurante, ma anche profondamente disorientante.

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Edward Burne-Jones, L’incantamento di Merlino, 1873–1877, olio su tela, Lady Lever Art Gallery, Port Sunlight.

L’attaccamento e i modelli relazionali

La teoria dell’attaccamento descrive il modo in cui le prime esperienze significative contribuiscono alla formazione di aspettative su noi stessi e sugli altri.

Nel tempo sviluppiamo rappresentazioni interne che ci aiutano a prevedere se le persone saranno disponibili, se i nostri bisogni verranno accolti e se siamo degni di ricevere cura.

Questi modelli non costituiscono un destino.

Continuano però a influenzare il modo in cui interpretiamo la vicinanza, la distanza e il conflitto. Possono orientarci verso persone e situazioni che confermano ciò che già crediamo sulle relazioni.

Se abbiamo interiorizzato l’idea che l’amore sia incerto, una persona poco disponibile può apparire coerente con il nostro mondo emotivo. Se pensiamo che per essere scelti dobbiamo renderci indispensabili, potremmo sentirci attratti da chi ha continuamente bisogno di essere salvato.

La relazione sembra nuova, ma la posizione che assumiamo al suo interno è sorprendentemente conosciuta.

Il bisogno di completare una storia

A volte ripetiamo una dinamica perché, inconsapevolmente, cerchiamo un esito diverso.

Scegliamo una persona distante e speriamo che, questa volta, resti. Cerchiamo l’approvazione di qualcuno difficile da raggiungere e immaginiamo che essere finalmente scelti possa riparare tutte le volte in cui non ci siamo sentiti abbastanza importanti.

Non stiamo soltanto costruendo una relazione presente.

Stiamo tentando di completare una storia precedente.

La nuova persona assume così un compito che non conosce: dimostrare che possiamo essere amati, che non verremo abbandonati o che siamo finalmente sufficienti.

Questo carico può diventare molto pesante per entrambi.

Noi dipendiamo sempre di più dalla risposta dell’altro. L’altro viene osservato attraverso una domanda che appartiene anche al nostro passato.

Quando la risposta non arriva, la sofferenza può assumere un’intensità sproporzionata rispetto all’episodio presente.

Perché reagiamo così intensamente

In una relazione può bastare un messaggio senza risposta per farci sentire improvvisamente esclusi.

Una frase ambigua può provocare rabbia, paura o un bisogno urgente di chiarimento. La persona che abbiamo davanti vede una reazione intensa e fatica a comprenderne la causa.

Quella reazione non riguarda necessariamente soltanto ciò che è appena accaduto.

L’episodio può avere incontrato una memoria emotiva più antica.

Il corpo riconosce una configurazione già vissuta e si prepara a proteggerci. Aumenta l’attenzione, cambia il respiro e compare il bisogno di agire subito: cercare rassicurazione, allontanarsi, attaccare o chiudersi.

Questo non significa che ogni reazione sia irrazionale. L’altro potrebbe essere realmente distante o incoerente.

Comprendere la memoria emotiva serve a distinguere i due livelli: che cosa sta facendo concretamente questa persona e che cosa la sua azione sta riattivando dentro di me?

La distinzione permette di rispondere al presente senza essere guidati completamente dal passato.

Il corpo riconosce prima della mente

Le relazioni vengono vissute anche attraverso il corpo.

Possiamo sentirci immediatamente attratti, in allerta o in difficoltà senza riuscire a spiegare il motivo. Il sistema corporeo raccoglie segnali e li confronta con esperienze già registrate.

Una relazione sicura può contribuire alla regolazione dello stato emotivo. La presenza di una persona affidabile può ridurre la percezione della minaccia e permetterci di affrontare l’incertezza con maggiore stabilità.

Una relazione imprevedibile può produrre l’effetto opposto. La persona rimane costantemente in attesa di capire se il legame sia disponibile oppure no.

In questo stato, il coinvolgimento può diventare sempre più intenso proprio perché il sistema non riesce a trovare una condizione sufficientemente stabile.

Ciò che proviamo è reale.

Rimane da comprendere che cosa ci stia comunicando: connessione, desiderio, paura, memoria o il bisogno di essere rassicurati.

Interrompere la ripetizione

Riconoscere uno schema non significa riuscire immediatamente a modificarlo.

Possiamo comprendere perfettamente perché una persona ci attrae e continuare a desiderarla. Il corpo e la memoria emotiva non cambiano soltanto perché abbiamo formulato una spiegazione corretta.

Il cambiamento richiede nuove esperienze.

Richiede la possibilità di restare abbastanza a lungo dentro relazioni nelle quali la presenza non debba essere conquistata. Richiede di tollerare la tranquillità senza interpretarla immediatamente come mancanza di passione.

Occorre anche imparare a osservare i comportamenti, oltre alle sensazioni.

La persona è disponibile? Riesce a sostenere un confronto? Le sue parole trovano continuità nelle azioni? Possiamo esprimere un bisogno senza temere che la relazione scompaia?

Queste domande non eliminano il desiderio. Aiutano a capire se il desiderio può abitare una relazione che abbia spazio anche per noi.

Scegliere qualcosa che ancora non conosciamo

Forse non scegliamo sempre la persona sbagliata.

A volte scegliamo la dinamica che sappiamo riconoscere più rapidamente.

Il problema è che ciò che conosciamo meglio non corrisponde necessariamente a ciò che può farci bene.

Cambiare non significa cercare il contrario di ogni persona incontrata in passato. Significa diventare capaci di distinguere l’intensità dalla presenza, l’incertezza dal desiderio e la familiarità dalla compatibilità.

Una relazione nuova può richiederci di imparare sensazioni nuove.

Potremmo non sentire subito l’urgenza che avevamo scambiato per amore. Potremmo scoprire che la vicinanza non deve essere continuamente meritata e che qualcuno può restare senza essere inseguito.

Forse la domanda non è soltanto: «Perché mi innamoro sempre dello stesso tipo di persona?».

Potrebbe diventare: «Che cosa riconosco come amore, e da dove ho imparato a riconoscerlo così?».

È da quella domanda che può iniziare una scelta meno automatica e più vicina alla persona che siamo diventati.

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