Stai vivendo o stai ripetendo il passato?
Stai vivendo o stai ripetendo il passato?
Ci sono periodi nei quali le giornate sembrano diverse, ma producono sempre lo stesso risultato. Cambiano le persone, i luoghi e le circostanze; ciò che proviamo alla fine, invece, rimane sorprendentemente simile.
Iniziamo una nuova relazione e, dopo qualche tempo, ci ritroviamo nella stessa posizione affettiva. Cambiamo lavoro, ma ricostruiamo un rapporto analogo con l’autorità, il riconoscimento o il fallimento. Decidiamo di reagire diversamente e, nel momento decisivo, torniamo a usare le risposte che conosciamo da anni.
Dall’esterno può sembrare mancanza di volontà. Anche noi potremmo rimproverarci di non aver imparato nulla, soprattutto quando comprendiamo perfettamente ciò che sarebbe necessario cambiare. Eppure conoscere l’origine di un comportamento non basta sempre a interromperlo.
Il nostro sistema psicofisico non segue soltanto ciò che sappiamo. Segue ciò che, in quel momento, riesce a sostenere.
È in questa distanza tra comprensione e possibilità che il passato continua a ripetersi nel presente.
La ripetizione non è sempre evidente
Quando pensiamo alla ripetizione, immaginiamo di compiere più volte la stessa azione. Nella vita psicologica, però, possono cambiare i comportamenti mentre rimane invariata la funzione che svolgono.
Una persona può essere stata silenziosa in una relazione e diventare continuamente polemica in quella successiva. Le due modalità sembrano opposte, ma potrebbero cercare entrambe di evitare una vicinanza emotiva percepita come pericolosa.
Possiamo scegliere partner molto diversi e ritrovarci sempre a conquistare qualcuno che non riesce a essere pienamente presente. Possiamo alternare periodi di iperattività e immobilità, mantenendo in entrambi i casi la stessa difficoltà a riconoscere il nostro limite.
La ripetizione profonda riguarda spesso la posizione che assumiamo nell’esperienza. Continuiamo a essere la persona che deve dimostrare, aspettare, salvare, compiacere o controllare. La scena cambia, ma il ruolo rimane disponibile.
Per questo accorgersi di una ripetizione richiede qualcosa di più del semplice confronto tra gli eventi. Occorre osservare il significato che attribuiamo a ciò che accade e il modo in cui mente e corpo si organizzano per affrontarlo.
La compulsione è un ritmo senza scelta
Ogni vita possiede un ritmo. Alcune azioni si ripetono perché danno continuità alle giornate, sostengono un’identità e permettono di non dover decidere tutto da capo. Le abitudini hanno anche una funzione utile: rendono il comportamento più efficiente e consentono di risparmiare risorse cognitive.
Le ricerche sulla psicologia delle abitudini mostrano che, quando un comportamento viene ripetuto in contesti simili, gli elementi del contesto possono finire per attivarlo in modo sempre più automatico. L’intenzione consapevole continua ad avere importanza, ma non governa da sola ogni risposta (Wood & Rünger, 2016).
Il ritmo vitale contiene però una possibilità di variazione. Possiamo rallentare, fermarci o modificare una scelta quando l’esperienza lo richiede.
La compulsione, invece, è un ritmo senza scelta. La persona continua a muoversi secondo una sequenza diventata obbligata, anche quando riconosce che quella sequenza produce sofferenza.
Non è necessario che si tratti di una compulsione in senso diagnostico. Anche nella quotidianità possiamo sentirci spinti a rispondere sempre nello stesso modo: spiegare troppo, ritirarci, cercare approvazione o anticipare il rifiuto. Il comportamento parte prima che il presente abbia avuto il tempo di mostrarci se quella risposta sia ancora necessaria.
In quel momento non stiamo soltanto reagendo a ciò che accade. Stiamo riproducendo il ritmo con il quale abbiamo imparato ad attraversare esperienze simili.
Perché il corpo cerca ciò che conosce
Dire che il corpo cerca il noto non significa che desideri la sofferenza. Significa che il sistema psicofisico tende a utilizzare organizzazioni già sperimentate, soprattutto quando deve affrontare incertezza o pericolo.
La mente umana non riceve passivamente la realtà. Utilizza l’esperienza precedente per formulare previsioni e interpretare ciò che sta accadendo. I modelli di elaborazione predittiva descrivono il cervello come un sistema che combina continuamente informazioni sensoriali e aspettative costruite nel tempo (Friston, 2010).
Se in passato la vicinanza è stata associata all’instabilità, il corpo potrebbe prepararsi alla perdita anche dentro una relazione affidabile. Se esprimere un bisogno ha provocato umiliazione, potremmo avvertire tensione e vergogna prima ancora di sapere come reagirà la persona presente. Se l’amore è stato sperimentato attraverso l’attesa, una relazione disponibile potrebbe sembrarci stranamente priva di intensità.
Il noto offre prevedibilità, anche quando è doloroso. Una dinamica familiare consente di anticipare quale ruolo assumere, che cosa aspettarsi e come proteggersi. Una situazione più sana, proprio perché nuova, può lasciarci inizialmente senza riferimenti.
Il corpo non possiede ancora una memoria sufficiente di quella sicurezza. Potrebbe quindi rispondere alla novità con agitazione, sospetto o desiderio di tornare verso qualcosa che conosce meglio.
Sapere che cosa sarebbe giusto non basta
Molte persone arrivano a comprendere con grande chiarezza i propri schemi. Sanno perché scelgono determinati rapporti, riconoscono l’origine delle proprie paure e riescono persino a prevedere il momento nel quale torneranno a comportarsi come in passato.
Questa consapevolezza ha valore, ma può diventare una nuova fonte di giudizio quando non produce subito un cambiamento.
“Se ho capito, perché continuo a farlo?”
La domanda presuppone che la conoscenza intellettuale debba trasformarsi automaticamente in possibilità emotiva e comportamentale. I sistemi abituali, invece, possono mantenersi anche quando cambiano le opinioni e le intenzioni. Le abitudini consolidate tendono a essere persistenti e relativamente poco sensibili alle nuove informazioni, soprattutto quando rimangono invariati i contesti che le attivano (Verplanken & Orbell, 2022).
Possiamo sapere di meritare rispetto e non riuscire ancora ad allontanarci da una relazione svalutante. Possiamo comprendere che un errore non definisce il nostro valore e sentire comunque il corpo bloccarsi davanti a un compito nuovo. Possiamo desiderare autonomia e continuare a cercare l’approvazione di qualcuno che non è più nella nostra vita.
Il sistema non segue ciò che sai, ma ciò che riesci a sostenere.
Cambiare richiede quindi che la nuova possibilità diventi progressivamente tollerabile. Non basta immaginarla: occorre attraversarla con il corpo, verificarla nelle relazioni e costruire una memoria differente.

Edward Burne-Jones, La ruota della fortuna, 1875–1883, olio su tela, Musée d’Orsay, Parigi.
Quando l’identità diventa un’abitudine
Alcune ripetizioni si consolidano perché finiscono per essere confuse con l’identità. Dopo anni trascorsi a rispondere nello stesso modo, smettiamo di considerare il comportamento come una possibilità e cominciamo a descriverlo come una caratteristica definitiva.
“Io sono fatto così.”
Questa frase può contenere una conoscenza sincera di sé, ma può anche chiudere prematuramente l’esplorazione. Trasforma una modalità appresa in una definizione immutabile.
Essere prudenti non coincide con evitare ogni rischio. Essere disponibili non obbliga a sacrificarsi. Essere forti non richiede di sopportare tutto senza chiedere aiuto. Quando identità e abitudine vengono sovrapposte, qualsiasi tentativo di cambiare può essere percepito come perdita di autenticità.
La persona non teme soltanto di fallire. Teme di non riconoscersi più.
Anche gli altri possono contribuire a mantenere questa identità. Ogni relazione sviluppa aspettative reciproche: c’è chi organizza, chi cede, chi protegge, chi chiede e chi si assume la responsabilità di ristabilire la pace. Quando uno dei partecipanti modifica il proprio ruolo, l’intero sistema deve riorganizzarsi.
Per questo il cambiamento può incontrare resistenza anche nelle relazioni più importanti. Non sempre perché gli altri desiderino il nostro male, ma perché la nostra trasformazione modifica l’equilibrio al quale erano abituati.
Fare soltanto ciò che piace permette davvero di crescere?
Il piacere può indicare vitalità, interesse e coerenza personale. Tuttavia, anche ciò che ci piace può diventare un confine quando lo utilizziamo per evitare ogni esperienza che produca fatica o incertezza.
Se scegliamo esclusivamente ciò che conferma l’immagine già conosciuta di noi stessi, il piacere finisce per proteggere la ripetizione. Continuiamo a frequentare ambienti nei quali siamo già competenti, cerchiamo persone che ci assegnano il ruolo abituale e rinunciamo alle esperienze nelle quali potremmo sentirci temporaneamente inesperti.
La crescita comporta una quota di disorganizzazione. La vecchia risposta non viene più utilizzata nello stesso modo, mentre quella nuova non è ancora stabile. In questo intervallo possiamo sentirci meno sicuri, meno efficaci e persino meno autentici.
Non tutto il disagio è segno che abbiamo preso la direzione sbagliata. A volte indica che il sistema sta cercando una nuova forma di equilibrio.
Occorre comunque distinguere il disagio evolutivo da una situazione realmente dannosa. Sopportare qualsiasi sofferenza non produce automaticamente crescita. La domanda riguarda il significato dell’esperienza: ci sta rendendo più capaci di scegliere oppure ci sta riportando dentro un adattamento nel quale perdiamo progressivamente noi stessi?
Il non ritmo: lo spazio che cerchiamo di evitare
Tra una ripetizione e una possibilità nuova esiste spesso un momento di vuoto. La vecchia risposta non è stata ancora attivata e quella nuova non è disponibile con sufficiente naturalezza.
Questo spazio può essere difficile da sostenere.
Quando smettiamo di cercare una persona indisponibile, non incontriamo immediatamente una relazione sana. Prima incontriamo l’assenza di ciò che inseguivamo. Quando rinunciamo all’iperattività, non troviamo subito la pace. Potremmo accorgerci della stanchezza che il movimento continuo ci impediva di sentire.
Il non ritmo è il momento nel quale la sequenza abituale viene interrotta. Non sappiamo ancora che cosa fare, ma cominciamo a riconoscere ciò che non vogliamo più ripetere.
Molte ricadute avvengono proprio qui. La persona torna verso la vecchia dinamica non perché la consideri desiderabile, ma perché il vuoto sembra più difficile da sostenere della sofferenza conosciuta.
Imparare a restare per qualche tempo in questo spazio permette al sistema di non riempire immediatamente l’incertezza con la risposta abituale. È una pausa attiva, durante la quale può emergere una scelta che prima non aveva modo di formarsi.
Interrompere la coerenza automatica
Gli schemi si mantengono perché costruiscono una coerenza. Il pensiero interpreta la situazione, il corpo si prepara, l’emozione conferma il pericolo e il comportamento produce un esito compatibile con la previsione iniziale.
Se penso che verrò rifiutato, potrei entrare nella relazione con eccessiva cautela. L’altro percepisce distanza e si ritira. Quel ritiro diventa la prova che la mia previsione era corretta.
Il modello cognitivo evidenzia come schemi e convinzioni orientino l’attenzione e l’interpretazione degli eventi, contribuendo a mantenere risposte emotive e comportamentali coerenti con la rappresentazione attivata (Beck & Haigh, 2014).
Interrompere questa coerenza non richiede necessariamente un gesto radicale. Può cominciare con una variazione sufficientemente piccola da poter essere sostenuta.
Possiamo restare qualche secondo in più prima di giustificarci. Esprimere un bisogno senza accompagnarlo con una lunga spiegazione. Accettare che qualcuno sia disponibile senza cercare immediatamente il punto nel quale ci deluderà. Chiedere aiuto prima di essere completamente esausti.
La nuova esperienza deve essere percepibile. Se il cambiamento è troppo distante dalle possibilità attuali, il sistema può viverlo come una minaccia e tornare rapidamente alla risposta conosciuta.
Dal passato alla possibilità presente
Nella prospettiva del Metodo Cognitivo-Esistenziale Integrato, la ripetizione viene osservata attraverso la relazione tra mente, corpo, memoria, emozione e significato personale. Un comportamento non viene isolato dalla storia nella quale ha acquisito una funzione.
Ciò che oggi ci limita potrebbe averci protetto. Il silenzio può aver evitato un conflitto che non avremmo potuto sostenere. Il controllo può averci dato un senso di ordine. L’adattamento alle aspettative altrui può aver protetto un’appartenenza necessaria.
Riconoscere questa funzione non significa continuare a ripeterla. Permette di non trattare come un nemico quella parte di noi che ha cercato di mantenerci al sicuro.
Il passato non viene cancellato dal cambiamento. Può però smettere di possedere l’unica risposta disponibile.
Frankl ha mostrato come, anche in condizioni che non possiamo modificare, rimanga aperta la possibilità di assumere una posizione nei confronti dell’esperienza. Questa libertà non è assoluta e non ignora i condizionamenti, ma introduce uno spazio nel quale la persona può orientarsi verso un significato.
Vivere non richiede di diventare completamente imprevedibili. Abbiamo bisogno di continuità, abitudini e riferimenti. La domanda è se il nostro ritmo continui a esprimere una scelta oppure sia diventato il modo attraverso cui il passato si assicura che nulla di realmente nuovo possa accadere.
Forse non possiamo evitare ogni ripetizione. Possiamo però imparare a riconoscere il momento nel quale stiamo rispondendo alla vita presente e quello nel quale una memoria sta tentando di ricostruire il mondo che conosce.
È in quella distinzione, spesso breve e inizialmente scomoda, che può cominciare una nuova possibilità.
Bibliografia essenziale
Beck, A. T., & Haigh, E. A. P. (2014). Advances in cognitive theory and therapy: The generic cognitive model. Annual Review of Clinical Psychology, 10, 1–24. https://doi.org/10.1146/annurev-clinpsy-032813-153734
Frankl, V. E. (2006). Man’s search for meaning. Beacon Press. (Opera originale pubblicata nel 1946).
Friston, K. (2010). The free-energy principle: A unified brain theory? Nature Reviews Neuroscience, 11(2), 127–138. https://doi.org/10.1038/nrn2787
Van der Kolk, B. A. (1989). The compulsion to repeat the trauma: Re-enactment, revictimization, and masochism. Psychiatric Clinics of North America, 12(2), 389–411. https://doi.org/10.1016/S0193-953X(18)30439-8
Verplanken, B., & Orbell, S. (2022). Attitudes, habits, and behavior change. Annual Review of Psychology, 73, 327–352. https://doi.org/10.1146/annurev-psych-020821-011744
Wood, W., & Rünger, D. (2016). Psychology of habit. Annual Review of Psychology, 67, 289–314. https://doi.org/10.1146/annurev-psych-122414-033417





