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Le tue scuse ti stanno rubando la vita

Quante volte ci diciamo che non è il momento giusto?

Aspettiamo di sentirci più sicuri, di avere più tempo, di essere maggiormente preparati o di trovarci finalmente nelle condizioni ideali. La decisione viene rimandata, ma raramente viene abbandonata del tutto. Rimane sullo sfondo, accompagnata dalla sensazione che prima o poi torneremo a occuparcene.

Nel frattempo continuiamo a pensarci. Immaginiamo ciò che potremmo fare, costruiamo spiegazioni convincenti e cerchiamo di distinguere la prudenza dalla paura. Ogni rinvio sembra piccolo, quasi irrilevante. Quando però i rinvii si accumulano, non posticipiamo soltanto una decisione: consegniamo una parte della nostra vita all’attesa.

Le scuse non sono sempre menzogne. Spesso contengono elementi reali. Potremmo davvero non avere abbastanza tempo, esperienza o denaro. Potrebbero esistere responsabilità che non possiamo ignorare.

La domanda riguarda la funzione che queste ragioni stanno svolgendo. Ci stanno aiutando a preparare un’azione più consapevole oppure ci stanno proteggendo dalla possibilità di essere delusi?

Le scuse possono essere una forma di protezione

Quando rimandiamo qualcosa di importante, tendiamo a giudicare il nostro comportamento come pigrizia o mancanza di disciplina. Questo giudizio osserva l’azione che non abbiamo compiuto, ma trascura l’esperienza emotiva dalla quale ci siamo allontanati.

Una decisione può esporci al fallimento, alla critica o alla possibilità di scoprire che non siamo ancora capaci quanto speravamo. Finché restiamo fermi, quella verifica non avviene.

Possiamo continuare a immaginare ciò che saremmo in grado di fare senza confrontarci con i nostri limiti reali. L’idea di noi rimane intatta perché non viene sottoposta alla prova dell’esperienza.

In questo senso, la scusa protegge. Riduce per qualche tempo la tensione, ci permette di evitare una situazione emotivamente scomoda e conserva aperta la fantasia di un futuro nel quale saremo finalmente pronti.

La ricerca sulla procrastinazione mostra che il rinvio può funzionare come una strategia di regolazione emotiva a breve termine. Evitando un compito spiacevole o minaccioso, la persona ottiene un sollievo immediato, mentre il costo viene trasferito al proprio sé futuro (Sirois & Pychyl, 2013).

Non rimandiamo necessariamente perché non ci importa. A volte rimandiamo proprio perché ciò che dobbiamo fare ha per noi un significato molto grande.

Perché resti fermo anche quando sai cosa fare?

Sapere quale azione sarebbe necessaria non significa essere pronti a sostenerne le conseguenze.

Possiamo sapere che dovremmo terminare una relazione, presentare un progetto, chiedere aiuto o cambiare un’abitudine. Abbiamo raccolto informazioni e analizzato a lungo ogni possibilità. Eppure, quando arriva il momento di agire, il corpo si irrigidisce e la mente produce nuove ragioni per aspettare.

Queste ragioni possono sembrare improvvisamente urgenti. Dobbiamo informarci ancora, risolvere prima un altro problema o attendere che qualcuno ci rassicuri. L’azione si allontana e la tensione diminuisce.

Proprio questo sollievo può rafforzare il rinvio. Il sistema psicofisico impara che evitare permette di ridurre rapidamente il disagio. La volta successiva, la scusa sarà disponibile ancora prima.

La procrastinazione è stata descritta come una difficoltà di autoregolazione influenzata da variabili quali l’avversione per il compito, la distanza temporale della ricompensa, l’impulsività e la percezione di autoefficacia (Steel, 2007). Ridurla a un difetto morale impedisce di comprendere che cosa stiamo cercando di regolare.

A volte il problema non riguarda l’organizzazione del tempo, ma la quantità di paura, vergogna o incertezza che associamo all’azione.

Aspettare il momento giusto

Ci sono situazioni nelle quali attendere è una scelta responsabile. Non ogni esitazione deve essere superata e non ogni occasione merita di essere inseguita. La prudenza permette di valutare le conseguenze, raccogliere risorse e riconoscere i propri limiti.

Il momento giusto, però, può diventare un criterio impossibile da soddisfare.

Aspettiamo di non avere più paura, come se il coraggio richiedesse la scomparsa completa del timore. Aspettiamo una certezza che la vita raramente può offrire. Vogliamo conoscere l’esito prima di assumere il rischio della scelta.

In questa attesa confondiamo la preparazione con il controllo. Prepararsi significa aumentare le proprie possibilità di affrontare ciò che accadrà. Controllare significa pretendere che non possa accadere nulla di diverso da ciò che abbiamo previsto.

Una decisione significativa contiene sempre una quota di incertezza. Possiamo ridurla, ma non eliminarla completamente. Continuare a cercare nuove informazioni dopo che gli elementi essenziali sono già disponibili può diventare un modo raffinato per non scegliere.

La vita rimane sospesa nella preparazione di un gesto che non arriva mai.

La paura della delusione

Finché un progetto rimane nella mente, può conservare una forma ideale. Non ha ancora incontrato errori, compromessi o reazioni impreviste. È una possibilità pura e, proprio per questo, può apparire più rassicurante della sua realizzazione.

Cominciare significa accettare che ciò che faremo sarà probabilmente diverso da ciò che avevamo immaginato. Potremmo riuscire solo in parte, impiegare più tempo del previsto o accorgerci di dover imparare competenze che credevamo di possedere.

La delusione non riguarda soltanto il risultato. Può toccare l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi.

Se ho sempre pensato che avrei potuto scrivere un libro, iniziare a scriverlo mi espone alla qualità reale del mio lavoro. Se credo di poter cambiare professione, inviare una candidatura mi espone al giudizio. Se mi considero capace di affrontare un confronto, esprimere finalmente ciò che penso mi espone alla risposta dell’altro.

La scusa mantiene intatta la possibilità, ma ci impedisce di trasformarla in esperienza.

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Attribuito a Philippe de Champaigne, Vanitas o Allegoria della vita umana, metà del XVII secolo, olio su tavola, Musée de Tessé, Le Mans.

Ti senti un impostore o stai imparando?

La sensazione di non essere abbastanza preparati non dimostra sempre che ci troviamo nel posto sbagliato. Può comparire anche quando stiamo entrando in uno spazio nuovo, nel quale le competenze precedenti non sono ancora diventate sicurezza.

Il fenomeno dell’impostore descrive la difficoltà a riconoscere come propri risultati e capacità, accompagnata dal timore di essere scoperti come meno competenti di quanto gli altri credano. Può associarsi ad ansia, esaurimento e difficoltà professionali, e non dovrebbe essere banalizzato (Bravata et al., 2020).

Allo stesso tempo, ogni sensazione di inadeguatezza non coincide automaticamente con questo fenomeno. A volte ci sentiamo inesperti perché stiamo effettivamente imparando.

Esiste una differenza tra pensare di non avere alcun diritto di essere presenti e riconoscere di non possedere ancora tutte le competenze necessarie. Nel primo caso svalutiamo la nostra storia. Nel secondo manteniamo un contatto realistico con il processo di crescita.

Potremmo usare l’etichetta dell’impostore per evitare esperienze nelle quali non possiamo apparire immediatamente competenti. Se interpretiamo ogni incertezza come prova della nostra inadeguatezza, rinunceremo proprio alle situazioni che potrebbero permetterci di apprendere.

Sentirsi principianti non equivale a essere fraudolenti. Significa trovarsi in una fase nella quale il sapere deve ancora diventare esperienza.

Responsabilità e colpa

Quando riconosciamo che una scusa ci sta proteggendo, è facile trasformare questa comprensione in un’accusa contro noi stessi.

“Ho perso tempo.”
“È soltanto colpa mia.”
“Se avessi avuto più coraggio, oggi la mia vita sarebbe diversa.”

La colpa tende a concentrare l’attenzione sul giudizio verso ciò che siamo stati. La responsabilità guarda a ciò che possiamo fare da questo momento, includendo i limiti e le condizioni reali nelle quali ci troviamo.

Assumerci una responsabilità non significa negare ciò che ci è accaduto. Le opportunità non sono distribuite nello stesso modo, le storie personali condizionano la possibilità di agire e alcune paure derivano da esperienze nelle quali esporsi ha avuto conseguenze concrete.

Non tutto dipende da noi. Tuttavia, anche quando le condizioni non sono state scelte, può rimanere uno spazio nel quale decidere come rispondere.

Frankl ha collocato proprio in questo spazio la responsabilità esistenziale: non come dominio assoluto sugli eventi, ma come possibilità di assumere una posizione di fronte a ciò che la vita pone davanti alla persona.

La responsabilità diventa sterile quando viene usata per colpevolizzarsi. Diventa trasformativa quando restituisce una possibilità.

Il corpo partecipa all’inazione

Una scelta rimandata non rimane confinata nella mente. Il corpo può continuare a sostenere la tensione di qualcosa che non viene né affrontato né abbandonato.

Possiamo avvertire agitazione ogni volta che pensiamo al progetto, stanchezza prima ancora di cominciare o una contrazione quando immaginiamo il confronto. A volte cerchiamo sollievo distraendoci, riempiendo le giornate o occupandoci di compiti secondari che ci permettono di sentirci produttivi.

L’attività sostitutiva è particolarmente convincente perché non somiglia all’immobilità. Facciamo molte cose, ma evitiamo quella che potrebbe modificare davvero la situazione.

Nella prospettiva del Metodo Cognitivo-Esistenziale Integrato, la scusa viene compresa mettendo in relazione pensiero, emozione, corpo, memoria e significato personale. La frase “non sono ancora pronto” può contenere una convinzione appresa, una risposta fisica di allarme e il ricordo di precedenti esperienze di fallimento o svalutazione.

L’obiettivo non consiste nel forzare il corpo a obbedire. Occorre riconoscere la minaccia che sta anticipando e costruire un’azione sufficientemente concreta da poter essere sostenuta.

Il costo dell’inazione

Ogni decisione ha un costo. Anche non decidere ne possiede uno, sebbene sia meno visibile.

Quando scegliamo, possiamo perdere un’opportunità alternativa, incontrare una difficoltà o scoprire di aver valutato male la situazione. Quando restiamo fermi, il costo si distribuisce nel tempo. Per questo può essere più difficile riconoscerlo.

Un mese sembra poco. Poi i mesi diventano anni e la vita si organizza intorno a ciò che continuiamo a rimandare.

Il costo più alto non è sempre la decisione sbagliata, ma il tempo perso aspettando di poter decidere senza alcun rischio.

Questo non significa che ogni azione sia preferibile all’attesa. Significa che l’inazione deve essere considerata una scelta con conseguenze proprie. Se decidiamo di non agire, possiamo almeno domandarci che cosa stiamo proteggendo e quale prezzo siamo disposti a pagare per quella protezione.

Talvolta il prezzo è ragionevole. Altre volte scopriamo che stiamo sacrificando una parte crescente della nostra esistenza per evitare un disagio che, prima o poi, dovremo comunque incontrare.

Trasformare la scusa in informazione

Combattere direttamente una scusa può renderla più resistente. È spesso più utile ascoltarla come un’informazione.

“Non ho tempo” potrebbe significare che il progetto non è ancora una priorità, oppure che abbiamo paura di sottrarre tempo a qualcuno. “Non sono pronto” può indicare una competenza da acquisire o il desiderio impossibile di sentirci completamente sicuri. “Comincerò quando starò meglio” potrebbe rivelare che aspettiamo dall’umore l’autorizzazione ad agire.

Una volta riconosciuta la funzione della scusa, possiamo ridurre la distanza tra intenzione e comportamento.

Non occorre sempre affrontare l’intero progetto. Possiamo definire un’azione precisa, legata a un momento e a un contesto. Gli studi sulle intenzioni di implementazione mostrano che i piani formulati in modo concreto — stabilendo quando, dove e come agire — possono facilitare il passaggio dall’obiettivo al comportamento (Gollwitzer, 1999).

L’azione deve essere abbastanza significativa da introdurre una variazione e abbastanza sostenibile da non riattivare immediatamente la fuga.

Potrebbe consistere nel fissare un appuntamento, inviare una richiesta, aprire un documento e scrivere la prima pagina, oppure comunicare a qualcuno una decisione che abbiamo continuato a lasciare implicita.

Il primo passo non garantisce il risultato. Modifica però il nostro rapporto con l’attesa.

Agire senza una certezza totale

Arriva un momento nel quale continuare a prepararsi non aumenta più la possibilità di riuscire. Serve soprattutto a rimandare l’incontro con la realtà.

Agire non richiede di sentirsi pronti in ogni parte di sé. Possiamo avanzare portando con noi una quota di paura e riconoscendo che alcune competenze nasceranno soltanto attraverso l’esperienza.

La vita che rimandiamo non rimane immobile ad aspettarci. Le condizioni cambiano, le opportunità si trasformano e anche noi diventiamo persone diverse mentre aspettiamo.

Forse la domanda non è se abbiamo finalmente trovato il momento perfetto. Possiamo chiederci se la ragione che ci trattiene stia ancora proteggendo qualcosa di necessario oppure abbia cominciato a sottrarci proprio il tempo che volevamo mettere al sicuro.

Da quella risposta potrebbe non nascere subito una decisione definitiva. Potrebbe però emergere un gesto abbastanza reale da interrompere l’attesa.

Bibliografia essenziale

Bravata, D. M., Watts, S. A., Keefer, A. L., Madhusudhan, D. K., Taylor, K. T., Clark, D. M., Nelson, R. S., Cokley, K. O., & Hagg, H. K. (2020). Prevalence, predictors, and treatment of impostor syndrome: A systematic review. Journal of General Internal Medicine, 35(4), 1252–1275. https://doi.org/10.1007/s11606-019-05364-1

Clance, P. R., & Imes, S. A. (1978). The impostor phenomenon in high achieving women: Dynamics and therapeutic intervention. Psychotherapy: Theory, Research & Practice, 15(3), 241–247. https://doi.org/10.1037/h0086006

Frankl, V. E. (2006). Man’s search for meaning. Beacon Press. (Opera originale pubblicata nel 1946).

Gollwitzer, P. M. (1999). Implementation intentions: Strong effects of simple plans. American Psychologist, 54(7), 493–503. https://doi.org/10.1037/0003-066X.54.7.493

Sirois, F. M., & Pychyl, T. A. (2013). Procrastination and the priority of short-term mood regulation: Consequences for future self. Social and Personality Psychology Compass, 7(2), 115–127. https://doi.org/10.1111/spc3.12011

Steel, P. (2007). The nature of procrastination: A meta-analytic and theoretical review of quintessential self-regulatory failure. Psychological Bulletin, 133(1), 65–94. https://doi.org/10.1037/0033-2909.133.1.65

Non ho scelta
Benessere mentaleCrescita personale

Non ho scelta: dove inizia la libertà interiore

Dove finisce e inizia la libertà

C’è una frase che pronunciamo spesso senza pensarci: «Non ho scelta».

La diciamo quando restiamo in un lavoro che ci consuma, quando continuiamo a vivere una relazione che non ci somiglia più, quando rimandiamo una decisione che ci spaventa. A volte è una constatazione realistica. Altre volte diventa il modo più rapido per interrompere il contatto con la nostra libertà.

Dire «non ho scelta» non descrive soltanto una condizione esterna. Descrive il modo in cui stiamo vivendo interiormente quella condizione.

La frase che chiude il discorso

«Non ho scelta» sembra una conclusione, ma spesso rappresenta un punto di arresto.

Quando la pronunciamo, smettiamo di esplorare. Non ci chiediamo più che cosa potremmo fare, quale prezzo stiamo pagando per restare dove siamo o che cosa temiamo davvero di perdere.

La frase chiude il discorso prima ancora che il discorso sia iniziato. Le alternative possono essere difficili, dolorose o poco desiderabili. In alcuni casi richiedono risorse che in quel momento non abbiamo. Tuttavia, tra non avere una soluzione facile e non avere alcuna possibilità esiste una differenza importante.

Possiamo restare in un lavoro perché abbiamo bisogno dello stipendio, possiamo continuare ad assistere un familiare perché sentiamo una responsabilità concreta o possiamo non riuscire, per il momento, a uscire da una relazione o da una condizione economica difficile.

Il limite è reale. Ma dentro quel limite possono rimanere domande, posizioni e piccoli margini di movimento che la frase «non ho scelta» rischia di rendere invisibili.

Libertà esterna e libertà interiore

La libertà esterna riguarda ciò che possiamo concretamente fare. Dipende dalle condizioni economiche, familiari, sociali, fisiche e relazionali in cui viviamo.

Non tutte le persone dispongono delle stesse possibilità. Parlare di libertà ignorando i vincoli reali può trasformarsi in una forma di superficialità e, qualche volta, in un modo ingiusto di attribuire alla persona la colpa della propria condizione.

La libertà interiore riguarda invece il rapporto che costruiamo con ciò che ci sta accadendo.

Viktor Frankl ha mostrato come, persino nelle condizioni in cui la libertà esterna viene gravemente limitata, possa sopravvivere uno spazio interiore nel quale la persona cerca di definire la propria posizione.

Questo spazio non cancella il dolore e non risolve automaticamente la situazione. Permette, però, di evitare che ciò che accade decida completamente chi siamo.

Una persona può essere costretta ad affrontare una circostanza che non ha scelto. Può comunque interrogarsi su come desidera starci dentro, su ciò che vuole proteggere e sul significato che intende attribuire alle proprie azioni.

La libertà interiore può essere molto piccola. Proprio per questo ha bisogno di essere riconosciuta.

La differenza tra circostanza e posizione

La circostanza è ciò che accade.

La posizione è il modo in cui ci collochiamo davanti a ciò che accade.

Questa distinzione non serve a negare la realtà. Serve a impedire che la realtà occupi tutto lo spazio disponibile.

Immaginiamo una persona che debba assistere un familiare malato. La responsabilità può essere inevitabile e faticosa. La persona può viverla soltanto come un peso imposto, oppure può riconoscere che, dentro quel compito, sta anche esprimendo cura, fedeltà o appartenenza.

La fatica rimane. Cambia però la posizione dalla quale viene attraversata.

Questo non significa che si debba accettare ogni sacrificio, né che prendersi cura degli altri richieda di abbandonare sé stessi. Significa osservare se, dentro una situazione obbligata, esiste ancora un modo personale di abitarla.

La domanda diventa: «Come voglio stare dentro ciò che sta accadendo?».

Quando davvero non possiamo scegliere

Ci sono esperienze nelle quali dire «non ho scelta» corrisponde alla realtà.

Una malattia, un lutto, una perdita improvvisa, una responsabilità non rimandabile, una condizione di dipendenza economica o una situazione di violenza possono ridurre drasticamente le possibilità percepite e concrete.

In questi casi parlare troppo rapidamente di libertà rischia di aumentare il peso della persona. È come dirle che, se continua a stare male, non sta scegliendo abbastanza bene.

La libertà interiore non dovrebbe mai diventare una richiesta di sopportazione. Non giustifica la violenza, non rende accettabile l’abuso e non sostituisce la necessità di protezione o di aiuto.

Quando la situazione esterna non può essere modificata immediatamente, la scelta può riguardare un livello più discreto: chiedere sostegno, riconoscere ciò che si prova, smettere di considerarsi colpevoli, proteggere una parte della propria identità o preparare gradualmente le condizioni per un cambiamento futuro.

Non sempre possiamo scegliere di uscire subito. Possiamo iniziare a riconoscere che restare oggi non equivale necessariamente a voler restare per sempre.

Le scelte invisibili

Molte scelte non assumono la forma di una decisione evidente.

A volte scegliere significa smettere di giustificare ciò che ci ferisce. Altre volte significa mettere un limite, chiedere tempo, ammettere di avere paura o riconoscere che una situazione non ci appartiene più.

Anche non decidere produce conseguenze.

Il rinvio può proteggerci da un dolore immediato, ma può anche mantenerci dentro una condizione che progressivamente restringe la nostra vita. Restare fermi evita il rischio del cambiamento, mentre ci espone al costo della continuità.

Per questo è utile domandarsi non soltanto quale prezzo avrebbe una scelta diversa, ma anche quale prezzo stiamo già pagando per non compierla.

Questa domanda non obbliga ad agire immediatamente. Riporta però alla coscienza ciò che la frase «non ho scelta» aveva chiuso.

Non ho scelta

Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, ca. 1817, olio su tela, Hamburger Kunsthalle, Amburgo.

Responsabilità e colpa

Recuperare uno spazio di libertà non significa dichiararsi colpevoli di ciò che è accaduto.

La colpa guarda all’origine e formula un’accusa: «È successo per causa mia».

La responsabilità guarda alla posizione presente e apre una domanda: «Ora che questo fa parte della mia vita, che cosa posso fare con ciò che mi è rimasto?».

Una persona non è responsabile dell’abbandono, della violenza, della svalutazione o delle ferite che ha subito. Può però diventare responsabile del modo in cui, nel tempo e con l’aiuto necessario, prova a prendersi cura delle conseguenze.

Questa distinzione è decisiva. Senza di essa, il richiamo alla responsabilità rischia di trasformarsi in una nuova condanna.

La responsabilità non riscrive retroattivamente il passato. Restituisce alla persona una possibilità nel presente.

La storia è parte di noi, ma non coincide con tutto ciò che siamo

Le esperienze vissute lasciano tracce nella memoria, nel corpo, nelle emozioni e nel modo in cui interpretiamo il mondo.

Un trauma può modificare la percezione della sicurezza. Una relazione dolorosa può influenzare la fiducia. Una svalutazione ripetuta può trasformarsi in un dialogo interiore che continua anche quando chi ci svalutava non è più presente.

La storia personale partecipa alla costruzione dell’identità. Il rischio emerge quando ciò che abbiamo vissuto diventa l’unica definizione disponibile di noi stessi.

«Sono la persona che è stata abbandonata.»

«Sono quello che non ha saputo reagire.»

«Sono fatta così perché mi è successo questo.»

Queste frasi contengono una parte di verità, ma possono restringere l’identità intorno alla ferita.

Nel Metodo Cognitivo-Esistenziale Integrato, la persona viene osservata attraverso il rapporto tra pensiero, emozione, memoria, corpo e significato. Ciò che è accaduto continua a influenzare il presente, ma non esaurisce tutte le possibilità della persona.

La ferita appartiene alla storia. Non deve diventare necessariamente il suo unico finale.

Accettare e rassegnarsi

Accettare significa riconoscere la realtà nella forma in cui si presenta, senza consumare tutte le energie nel tentativo di negarla.

Rassegnarsi significa considerare quella realtà definitiva e rinunciare progressivamente al proprio margine di partecipazione.

La differenza può essere sottile.

Possiamo accettare di avere paura e, nello stesso tempo, cercare un modo per non lasciare che sia sempre la paura a decidere. Possiamo accettare che una relazione sia finita senza concludere che non saremo più capaci di amare. Possiamo riconoscere il peso della nostra storia senza permetterle di anticipare ogni scelta futura.

L’accettazione mantiene un rapporto con la realtà. La rassegnazione interrompe il rapporto con la possibilità.

Guarire non significa essere obbligati a perdonare

Quando si parla di libertà interiore, compare spesso l’idea del perdono.

Il perdono può rappresentare un passaggio importante per alcune persone. Per altre non è possibile, non è desiderato o non corrisponde al proprio percorso.

Trasformarlo in un obbligo rischia di produrre ulteriore violenza.

Guarire non richiede necessariamente di assolvere chi ha ferito. Può significare ridurre il potere che quella ferita continua ad avere sulle scelte presenti. Può voler dire ricostruire confini, recuperare fiducia nelle proprie percezioni o interrompere una ripetizione.

La libertà non consiste nel provare il sentimento considerato moralmente giusto. Consiste anche nella possibilità di riconoscere con sincerità ciò che sentiamo e decidere quale rapporto vogliamo avere con quella esperienza.

La libertà che fa paura

A volte la frase «non ho scelta» ci protegge anche dalla paura di scegliere.

Scegliere significa rinunciare alle possibilità che non prenderemo. Significa esporsi all’incertezza e assumere il rischio che la decisione non produca il risultato sperato.

Finché ci convinciamo di non avere alternative, possiamo attribuire interamente alla situazione la direzione della nostra vita. Quando riconosciamo un margine di scelta, compare anche la responsabilità di utilizzarlo.

Questo passaggio può generare ansia.

La libertà non viene percepita sempre come un sollievo. Può presentarsi come una domanda alla quale non siamo ancora pronti a rispondere.

Per questo recuperare libertà richiede gradualità. Non serve compiere immediatamente una scelta radicale. Può bastare iniziare a vedere ciò che prima non riuscivamo a nominare.

Una libertà discreta

Siamo abituati a immaginare la libertà attraverso grandi gesti: lasciare un lavoro, chiudere una relazione, cambiare città, ricominciare da capo.

Molto più spesso la libertà comincia in modo meno visibile.

Comincia quando una persona riconosce che qualcosa le fa male. Quando smette di confondere la paura con l’impossibilità. Quando chiede aiuto, formula un limite o si concede il tempo necessario per preparare una decisione.

Non sempre possiamo scegliere ciò che accade.

Possiamo però cercare il punto nel quale la nostra presenza non è stata completamente cancellata dagli eventi.

Forse la domanda più utile non è: «Perché non riesco a cambiare tutto?».

Potrebbe essere: «Dove si trova, dentro questa situazione, il mio spazio di scelta?».

Anche quando è piccolo, quello spazio può rappresentare il luogo dal quale ricominciare a partecipare alla propria vita.

Bibliografia essenziale

Bandura, A. (1997). Self-efficacy: The exercise of control. W. H. Freeman.

Frankl, V. E. (2006). Man’s search for meaning. Beacon Press. (Opera originale pubblicata nel 1946).

Hayes, S. C., Strosahl, K. D., & Wilson, K. G. (2012). Acceptance and commitment therapy: The process and practice of mindful change (2nd ed.). Guilford Press.

Herman, J. L. (2022). Trauma and recovery: The aftermath of violence—from domestic abuse to political terror (3rd ed.). Basic Books.

Ryan, R. M., & Deci, E. L. (2017). Self-determination theory: Basic psychological needs in motivation, development, and wellness. Guilford Press.