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Non ho scelta: dove inizia la libertà interiore

Dove finisce e inizia la libertà

C’è una frase che pronunciamo spesso senza pensarci: «Non ho scelta».

La diciamo quando restiamo in un lavoro che ci consuma, quando continuiamo a vivere una relazione che non ci somiglia più, quando rimandiamo una decisione che ci spaventa. A volte è una constatazione realistica. Altre volte diventa il modo più rapido per interrompere il contatto con la nostra libertà.

Dire «non ho scelta» non descrive soltanto una condizione esterna. Descrive il modo in cui stiamo vivendo interiormente quella condizione.

La frase che chiude il discorso

«Non ho scelta» sembra una conclusione, ma spesso rappresenta un punto di arresto.

Quando la pronunciamo, smettiamo di esplorare. Non ci chiediamo più che cosa potremmo fare, quale prezzo stiamo pagando per restare dove siamo o che cosa temiamo davvero di perdere.

La frase chiude il discorso prima ancora che il discorso sia iniziato. Le alternative possono essere difficili, dolorose o poco desiderabili. In alcuni casi richiedono risorse che in quel momento non abbiamo. Tuttavia, tra non avere una soluzione facile e non avere alcuna possibilità esiste una differenza importante.

Possiamo restare in un lavoro perché abbiamo bisogno dello stipendio, possiamo continuare ad assistere un familiare perché sentiamo una responsabilità concreta o possiamo non riuscire, per il momento, a uscire da una relazione o da una condizione economica difficile.

Il limite è reale. Ma dentro quel limite possono rimanere domande, posizioni e piccoli margini di movimento che la frase «non ho scelta» rischia di rendere invisibili.

Libertà esterna e libertà interiore

La libertà esterna riguarda ciò che possiamo concretamente fare. Dipende dalle condizioni economiche, familiari, sociali, fisiche e relazionali in cui viviamo.

Non tutte le persone dispongono delle stesse possibilità. Parlare di libertà ignorando i vincoli reali può trasformarsi in una forma di superficialità e, qualche volta, in un modo ingiusto di attribuire alla persona la colpa della propria condizione.

La libertà interiore riguarda invece il rapporto che costruiamo con ciò che ci sta accadendo.

Viktor Frankl ha mostrato come, persino nelle condizioni in cui la libertà esterna viene gravemente limitata, possa sopravvivere uno spazio interiore nel quale la persona cerca di definire la propria posizione.

Questo spazio non cancella il dolore e non risolve automaticamente la situazione. Permette, però, di evitare che ciò che accade decida completamente chi siamo.

Una persona può essere costretta ad affrontare una circostanza che non ha scelto. Può comunque interrogarsi su come desidera starci dentro, su ciò che vuole proteggere e sul significato che intende attribuire alle proprie azioni.

La libertà interiore può essere molto piccola. Proprio per questo ha bisogno di essere riconosciuta.

La differenza tra circostanza e posizione

La circostanza è ciò che accade.

La posizione è il modo in cui ci collochiamo davanti a ciò che accade.

Questa distinzione non serve a negare la realtà. Serve a impedire che la realtà occupi tutto lo spazio disponibile.

Immaginiamo una persona che debba assistere un familiare malato. La responsabilità può essere inevitabile e faticosa. La persona può viverla soltanto come un peso imposto, oppure può riconoscere che, dentro quel compito, sta anche esprimendo cura, fedeltà o appartenenza.

La fatica rimane. Cambia però la posizione dalla quale viene attraversata.

Questo non significa che si debba accettare ogni sacrificio, né che prendersi cura degli altri richieda di abbandonare sé stessi. Significa osservare se, dentro una situazione obbligata, esiste ancora un modo personale di abitarla.

La domanda diventa: «Come voglio stare dentro ciò che sta accadendo?».

Quando davvero non possiamo scegliere

Ci sono esperienze nelle quali dire «non ho scelta» corrisponde alla realtà.

Una malattia, un lutto, una perdita improvvisa, una responsabilità non rimandabile, una condizione di dipendenza economica o una situazione di violenza possono ridurre drasticamente le possibilità percepite e concrete.

In questi casi parlare troppo rapidamente di libertà rischia di aumentare il peso della persona. È come dirle che, se continua a stare male, non sta scegliendo abbastanza bene.

La libertà interiore non dovrebbe mai diventare una richiesta di sopportazione. Non giustifica la violenza, non rende accettabile l’abuso e non sostituisce la necessità di protezione o di aiuto.

Quando la situazione esterna non può essere modificata immediatamente, la scelta può riguardare un livello più discreto: chiedere sostegno, riconoscere ciò che si prova, smettere di considerarsi colpevoli, proteggere una parte della propria identità o preparare gradualmente le condizioni per un cambiamento futuro.

Non sempre possiamo scegliere di uscire subito. Possiamo iniziare a riconoscere che restare oggi non equivale necessariamente a voler restare per sempre.

Le scelte invisibili

Molte scelte non assumono la forma di una decisione evidente.

A volte scegliere significa smettere di giustificare ciò che ci ferisce. Altre volte significa mettere un limite, chiedere tempo, ammettere di avere paura o riconoscere che una situazione non ci appartiene più.

Anche non decidere produce conseguenze.

Il rinvio può proteggerci da un dolore immediato, ma può anche mantenerci dentro una condizione che progressivamente restringe la nostra vita. Restare fermi evita il rischio del cambiamento, mentre ci espone al costo della continuità.

Per questo è utile domandarsi non soltanto quale prezzo avrebbe una scelta diversa, ma anche quale prezzo stiamo già pagando per non compierla.

Questa domanda non obbliga ad agire immediatamente. Riporta però alla coscienza ciò che la frase «non ho scelta» aveva chiuso.

Non ho scelta

Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, ca. 1817, olio su tela, Hamburger Kunsthalle, Amburgo.

Responsabilità e colpa

Recuperare uno spazio di libertà non significa dichiararsi colpevoli di ciò che è accaduto.

La colpa guarda all’origine e formula un’accusa: «È successo per causa mia».

La responsabilità guarda alla posizione presente e apre una domanda: «Ora che questo fa parte della mia vita, che cosa posso fare con ciò che mi è rimasto?».

Una persona non è responsabile dell’abbandono, della violenza, della svalutazione o delle ferite che ha subito. Può però diventare responsabile del modo in cui, nel tempo e con l’aiuto necessario, prova a prendersi cura delle conseguenze.

Questa distinzione è decisiva. Senza di essa, il richiamo alla responsabilità rischia di trasformarsi in una nuova condanna.

La responsabilità non riscrive retroattivamente il passato. Restituisce alla persona una possibilità nel presente.

La storia è parte di noi, ma non coincide con tutto ciò che siamo

Le esperienze vissute lasciano tracce nella memoria, nel corpo, nelle emozioni e nel modo in cui interpretiamo il mondo.

Un trauma può modificare la percezione della sicurezza. Una relazione dolorosa può influenzare la fiducia. Una svalutazione ripetuta può trasformarsi in un dialogo interiore che continua anche quando chi ci svalutava non è più presente.

La storia personale partecipa alla costruzione dell’identità. Il rischio emerge quando ciò che abbiamo vissuto diventa l’unica definizione disponibile di noi stessi.

«Sono la persona che è stata abbandonata.»

«Sono quello che non ha saputo reagire.»

«Sono fatta così perché mi è successo questo.»

Queste frasi contengono una parte di verità, ma possono restringere l’identità intorno alla ferita.

Nel Metodo Cognitivo-Esistenziale Integrato, la persona viene osservata attraverso il rapporto tra pensiero, emozione, memoria, corpo e significato. Ciò che è accaduto continua a influenzare il presente, ma non esaurisce tutte le possibilità della persona.

La ferita appartiene alla storia. Non deve diventare necessariamente il suo unico finale.

Accettare e rassegnarsi

Accettare significa riconoscere la realtà nella forma in cui si presenta, senza consumare tutte le energie nel tentativo di negarla.

Rassegnarsi significa considerare quella realtà definitiva e rinunciare progressivamente al proprio margine di partecipazione.

La differenza può essere sottile.

Possiamo accettare di avere paura e, nello stesso tempo, cercare un modo per non lasciare che sia sempre la paura a decidere. Possiamo accettare che una relazione sia finita senza concludere che non saremo più capaci di amare. Possiamo riconoscere il peso della nostra storia senza permetterle di anticipare ogni scelta futura.

L’accettazione mantiene un rapporto con la realtà. La rassegnazione interrompe il rapporto con la possibilità.

Guarire non significa essere obbligati a perdonare

Quando si parla di libertà interiore, compare spesso l’idea del perdono.

Il perdono può rappresentare un passaggio importante per alcune persone. Per altre non è possibile, non è desiderato o non corrisponde al proprio percorso.

Trasformarlo in un obbligo rischia di produrre ulteriore violenza.

Guarire non richiede necessariamente di assolvere chi ha ferito. Può significare ridurre il potere che quella ferita continua ad avere sulle scelte presenti. Può voler dire ricostruire confini, recuperare fiducia nelle proprie percezioni o interrompere una ripetizione.

La libertà non consiste nel provare il sentimento considerato moralmente giusto. Consiste anche nella possibilità di riconoscere con sincerità ciò che sentiamo e decidere quale rapporto vogliamo avere con quella esperienza.

La libertà che fa paura

A volte la frase «non ho scelta» ci protegge anche dalla paura di scegliere.

Scegliere significa rinunciare alle possibilità che non prenderemo. Significa esporsi all’incertezza e assumere il rischio che la decisione non produca il risultato sperato.

Finché ci convinciamo di non avere alternative, possiamo attribuire interamente alla situazione la direzione della nostra vita. Quando riconosciamo un margine di scelta, compare anche la responsabilità di utilizzarlo.

Questo passaggio può generare ansia.

La libertà non viene percepita sempre come un sollievo. Può presentarsi come una domanda alla quale non siamo ancora pronti a rispondere.

Per questo recuperare libertà richiede gradualità. Non serve compiere immediatamente una scelta radicale. Può bastare iniziare a vedere ciò che prima non riuscivamo a nominare.

Una libertà discreta

Siamo abituati a immaginare la libertà attraverso grandi gesti: lasciare un lavoro, chiudere una relazione, cambiare città, ricominciare da capo.

Molto più spesso la libertà comincia in modo meno visibile.

Comincia quando una persona riconosce che qualcosa le fa male. Quando smette di confondere la paura con l’impossibilità. Quando chiede aiuto, formula un limite o si concede il tempo necessario per preparare una decisione.

Non sempre possiamo scegliere ciò che accade.

Possiamo però cercare il punto nel quale la nostra presenza non è stata completamente cancellata dagli eventi.

Forse la domanda più utile non è: «Perché non riesco a cambiare tutto?».

Potrebbe essere: «Dove si trova, dentro questa situazione, il mio spazio di scelta?».

Anche quando è piccolo, quello spazio può rappresentare il luogo dal quale ricominciare a partecipare alla propria vita.

Bibliografia essenziale

Bandura, A. (1997). Self-efficacy: The exercise of control. W. H. Freeman.

Frankl, V. E. (2006). Man’s search for meaning. Beacon Press. (Opera originale pubblicata nel 1946).

Hayes, S. C., Strosahl, K. D., & Wilson, K. G. (2012). Acceptance and commitment therapy: The process and practice of mindful change (2nd ed.). Guilford Press.

Herman, J. L. (2022). Trauma and recovery: The aftermath of violence—from domestic abuse to political terror (3rd ed.). Basic Books.

Ryan, R. M., & Deci, E. L. (2017). Self-determination theory: Basic psychological needs in motivation, development, and wellness. Guilford Press.