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La resilienza tossica – resistere non basta

Resistere non basta per tornare a vivere

Quando parliamo di resilienza, immaginiamo quasi sempre qualcuno che resiste.

Una persona affronta una difficoltà, stringe i denti, continua a lavorare, si prende cura degli altri e non si ferma. Da fuori appare forte. Viene ammirata perché sembra capace di sostenere qualunque cosa senza crollare.

Ma la resilienza non coincide con la capacità di sopportare tutto.

Possiamo resistere per molto tempo e, contemporaneamente, perdere il contatto con ciò che sentiamo. Possiamo continuare a funzionare mentre il corpo accumula tensione, le relazioni diventano più fragili e la vita si riduce progressivamente alla necessità di arrivare alla fine della giornata.

La resistenza ci permette di restare in piedi. La resilienza dovrebbe aiutarci anche a capire in quale direzione vogliamo continuare a camminare.

La resilienza non è una caratteristica personale

Spesso diciamo che una persona «è resiliente», come se la resilienza fosse una qualità stabile del carattere: qualcuno la possiede e qualcun altro no.

La ricerca psicologica la descrive, invece, come un processo dinamico. Si sviluppa attraverso l’interazione tra risorse personali, relazioni, condizioni ambientali, significati e possibilità concrete di accesso all’aiuto.

Ann Masten ha definito la resilienza una forma di «magia ordinaria». Non nasce necessariamente da qualità eccezionali, ma dal funzionamento di sistemi umani comuni: relazioni affidabili, capacità di regolazione emotiva, sostegno sociale, possibilità di attribuire significato alle esperienze e presenza di contesti sufficientemente sicuri.

Questo significa che la resilienza può cambiare nel corso della vita.

Possiamo essere capaci di affrontare bene una difficoltà lavorativa e sentirci completamente disorientati davanti a una perdita affettiva. Possiamo attraversare un evento traumatico senza sviluppare un disagio persistente e sentirci, anni dopo, sopraffatti da una situazione apparentemente meno grave.

Non esiste un unico modo corretto di essere resilienti. Le persone reagiscono alle difficoltà attraverso percorsi differenti, legati alla propria storia e alle risorse disponibili in quel momento.

Resistere, adattarsi e trasformarsi

Resistenza, adattamento e resilienza vengono spesso usati come sinonimi, ma descrivono movimenti diversi.

La resistenza permette di sostenere una pressione senza interrompere immediatamente il funzionamento. In una fase di emergenza può essere necessaria. Quando dobbiamo affrontare un lutto, una malattia, un problema economico o una responsabilità familiare improvvisa, non sempre possiamo fermarci ed elaborare ciò che stiamo vivendo.

Prima viene la sopravvivenza.

L’adattamento ci consente di modificare il nostro comportamento per rispondere a una situazione nuova. Anche questa capacità è indispensabile, ma non ogni adattamento produce benessere.

Un bambino può adattarsi a un ambiente imprevedibile imparando a controllare costantemente l’umore degli adulti. Un lavoratore può adattarsi a un contesto tossico rendendosi sempre disponibile. Una persona può adattarsi a una relazione instabile riducendo i propri bisogni e chiedendo sempre meno.

Questi comportamenti aiutano a rimanere dentro la situazione. Con il tempo, però, possono trasformarsi in un modo abituale di vivere.

La resilienza richiede un passaggio ulteriore: osservare se ciò che ci ha permesso di sopravvivere continua a essere utile oppure sta iniziando a limitarci.

Una strategia può salvarci in un momento della vita e diventare una prigione in quello successivo.

resilienza

Katsushika Hokusai, La grande onda di Kanagawa, ca. 1830–1832, xilografia policroma su carta, The Metropolitan Museum of Art, New York.

Quando la resilienza diventa tossica

La resilienza diventa tossica quando viene utilizzata per chiedere alle persone di sopportare condizioni che dovrebbero essere cambiate.

Accade quando qualcuno sta male e si sente rispondere che deve essere più forte. Quando un lavoratore è sovraccarico e l’organizzazione gli propone un corso sulla gestione dello stress senza modificare il carico. Quando una persona vive una relazione dolorosa e viene ammirata perché riesce sempre a perdonare, comprendere e andare avanti.

In questi casi la resilienza smette di essere una risorsa della persona e diventa una richiesta dell’ambiente.

Il messaggio implicito è semplice: il problema non riguarda ciò che stai vivendo, ma la tua capacità di tollerarlo.

Questa interpretazione sposta tutta la responsabilità sull’individuo. L’ambiente resta immutato, mentre la persona deve imparare a sopportarlo meglio.

La resilienza autentica comprende anche la possibilità di dire che qualcosa è troppo, riconoscere un limite, chiedere aiuto o lasciare una situazione che continua a danneggiarci.

A volte il gesto più resiliente non consiste nel resistere ancora. Consiste nel riconoscere che la resistenza ha esaurito la propria funzione.

Il corpo non dimentica la fatica

Una persona può apparire efficiente mentre il corpo sta sostenendo un carico crescente.

Il sonno diventa più leggero, i muscoli rimangono tesi, il respiro cambia, la digestione si altera. Possono comparire irritabilità, stanchezza persistente o difficoltà di concentrazione.

Questi segnali non indicano necessariamente una mancanza di resilienza. Possono mostrare che l’organismo sta cercando di adattarsi da troppo tempo senza sufficienti possibilità di recupero.

Nel Metodo Cognitivo-Esistenziale Integrato, la resilienza riguarda l’interazione tra corpo, emozione, pensiero, memoria e significato.

Un’esperienza difficile non viene attraversata soltanto attraverso ciò che pensiamo. Il corpo registra il pericolo, la memoria richiama situazioni precedenti e le emozioni orientano il comportamento. La mente cerca poi di costruire una spiegazione che renda tutto questo comprensibile.

Per recuperare non basta convincersi di essere forti. Occorre ascoltare il modo in cui l’intero sistema psicofisico sta rispondendo.

La resilienza comprende il riposo, la possibilità di abbassare il livello di allerta e il tempo necessario perché l’organismo possa riconoscere che l’emergenza è terminata.

La resilienza nei legami

La resilienza viene spesso presentata come un’impresa individuale. La persona cade, si rialza e continua da sola.

In realtà, molte forme di resilienza nascono all’interno delle relazioni.

Avere qualcuno che ci ascolta senza correggerci, sentirsi creduti, poter chiedere aiuto senza vergogna o trovare un contesto nel quale non dobbiamo continuamente dimostrare di stare bene può modificare profondamente il modo in cui attraversiamo una difficoltà.

Michael Ungar ha sottolineato la dimensione sociale ed ecologica della resilienza. Le risorse personali contano, ma contano anche la famiglia, la comunità, le condizioni economiche, la cultura e l’accesso a opportunità concrete.

Non possiamo chiedere alla persona di utilizzare risorse che l’ambiente non le rende disponibili.

La resilienza riguarda anche la capacità di restare dentro un conflitto senza distruggere il legame e senza perdere sé stessi. Significa tollerare che l’altro possa pensarla diversamente, senza doverlo attaccare o cancellare.

Ma restare in relazione non richiede di accettare qualunque comportamento.

Un legame è resiliente quando può attraversare la differenza, riconoscere la ferita e riorganizzarsi. Quando una sola persona deve continuamente adattarsi, comprendere e rinunciare, non siamo più davanti a una resilienza condivisa. Stiamo osservando un rapporto sostenuto unilateralmente.

Il limite come parte della resilienza

L’idea di limite viene spesso associata alla debolezza.

Dire «non ce la faccio», chiedere una pausa o riconoscere di avere bisogno di aiuto può sembrare il contrario della resilienza. Eppure il limite svolge una funzione essenziale: permette di distinguere ciò che possiamo attraversare da ciò che ci sta consumando.

Una persona resiliente non è necessariamente quella che sopporta più a lungo.

Può essere quella che riconosce prima i propri segnali, modifica il modo di affrontare il problema e utilizza le risorse disponibili. Può scegliere di non continuare a combattere una battaglia che non conduce più verso niente di significativo.

Il limite protegge la possibilità di continuare.

Senza limite, la resistenza rischia di trasformarsi in esaurimento. La persona continua a fare ciò che ha sempre fatto, anche quando quel comportamento non produce più adattamento e impedisce ogni recupero.

Resilienza e significato

Viktor Frankl ha mostrato come la possibilità di riconoscere un significato possa modificare il modo in cui una persona attraversa la sofferenza.

Il significato non rende il dolore giusto e non obbliga a considerarlo utile. Alcune esperienze rimangono profondamente ingiuste e non hanno bisogno di essere nobilitate.

La ricerca di significato riguarda un’altra domanda: che posizione desidero assumere davanti a ciò che mi è accaduto?

Possiamo chiederci che cosa vogliamo proteggere, quali valori non vogliamo perdere e quale direzione può ancora essere costruita a partire dalla situazione presente.

Due persone possono sostenere una fatica simile in modi differenti. Quando ciò che affrontiamo è collegato a un valore riconoscibile, lo sforzo può essere vissuto come parte di una direzione. Quando manca ogni significato, anche una richiesta apparentemente piccola può diventare insostenibile.

La resilienza non elimina la sofferenza. Impedisce, quando possibile, che la sofferenza occupi tutto lo spazio dell’esistenza.

Non dobbiamo tornare quelli di prima

Un’altra immagine comune della resilienza è quella dell’oggetto che, dopo essere stato deformato, ritorna alla propria forma originaria.

Le persone, però, non attraversano le esperienze senza esserne modificate.

Dopo un lutto, una malattia, una separazione o un trauma, potremmo non tornare esattamente quelli di prima. Cercare ostinatamente quella versione di noi stessi può diventare un’altra fonte di sofferenza.

Il recupero può richiedere la costruzione di un nuovo equilibrio.

Alcune parti della vita precedente rimangono. Altre devono essere trasformate. Possiamo scoprire limiti che prima ignoravamo e possibilità che non avevamo mai considerato.

Questo cambiamento non deve essere raccontato necessariamente come una crescita. Non tutte le sofferenze ci rendono migliori. Possiamo però provare a evitare che ci rendano definitivamente estranei a noi stessi.

Una domanda diversa

Forse non abbiamo bisogno di domandarci quanto siamo forti.

Potremmo chiederci che cosa ci sta permettendo di continuare, quale prezzo stiamo pagando e se il modo in cui stiamo resistendo ci mantiene ancora in contatto con la vita.

La resilienza comprende la possibilità di fermarsi. Comprende la vulnerabilità, il recupero e la ricerca di relazioni nelle quali non dobbiamo essere forti ininterrottamente.

A volte significa continuare.

Altre volte significa cambiare direzione.

E qualche volta comincia proprio nel momento in cui smettiamo di domandarci quanto ancora possiamo sopportare e iniziamo a chiederci che cosa ci servirebbe per tornare davvero a vivere.

Bibliografia essenziale

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